concept, choreography

Marco D’Agostin

performed by

Marco D’Agostin, Teresa Silva

sound

Pablo Esbert Lilienfeld

lights

Abigail Fowler

vocal coach

Melanie Pappenheim

movement coach

Marta Ciappina

technical direction

Paolo Tizianel

care, promotion

Marco Villari

coproduced by

Rencontres Chorégraphiques de Sein-Saint-Denis, VAN, Marche Teatro, CCNN de Nantes

supported by

O Espaco do Tempo, Centrale Fies, PACT Zollverein, CSC/OperaEstate Festival, Tanzhaus Zurich, Sala Hiroshima, ResiDance XL – luoghi e progetti di residenza per creazioni coreografiche (azione della Rete Anticorpi XL – Network Giovane Danza D’autore coordinata da L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino)

AVALANCHE

Nomination PREMIO UBU 2018 (Miglior Spettacolo di Danza)

[IT]

“Noi non siamo stati i primi a vedere la polvere dell’Asia Minore d’estate, le sue pietre roventi, le isole profumate di sale e di aromi, il cielo e il mare di un azzurro implacabile. Tutto è già stato provato e sperimentato mille volte, ma spesso senza essere detto, oppure le parole che lo dicevano sono andate disperse o, se sono rimaste, esse sono inintellegibili e non ci commuovono più. Come nuvole nel cielo vuoto, noi ci formiamo e ci disperiamo su quel fondo di oblio” (M. Yourcenar, Archivi del nord).

In Avalanche i due esseri umani protagonisti vengono osservati da un occhio ciclopico come antiche polveri conservate in un blocco di ghiaccio. Sono Atlanti che camminano all’alba di un nuovo pianeta, dopo essersi caricati sulle spalle la loro millenaria tristezza. Tutto quello che non è sopravvissuto agisce, invisibile, su tutto ciò che invece è rimasto e che viene rievocato come regola, collezione, elenco di possibilità. La danza si pone in una costante tensione verso l’infinito dell’enumerazione, alla ricerca accanita di un esito, di una risoluzione, interrogando la questione del limite e dunque, in ultima istanza, della fine. 

Gli occhi socchiusi, come a proteggere lo sguardo dalla luce accecante di un colore mai visto, afferrano l’abbaglio di un’estrema possibilità: una terra di sabbia e semi sulla quale qualcuno imparerà nuovamente a muoversi, dopo che anche l’ultimo archivio sarà andato distrutto.

[EN]

In Avalanche the two protagonist human beings are being observed by the eye of a Cyclops, as ancient dusts preserved in a block of ice. They’re Atlases, walking at the dawn of a new planet under the weight of a millennial melancholy. The traces of everything that couldn’t remain act like invisible forces over what has survived and it’s now recalled as a rule, a collection, a list of possibilities. The dance lives in a constant tension towards the infinite of enumeration, desperately looking for an outcome.

Half-closed eyes, as to protect the gaze from the blinding light of a never-seen colour, they grab the blaze of one last possibility: a land of sand and seeds on which someone else will learn again how to move, after the last archive will be destroyed.

Press

[ITA]

R. Di Gianmarco, E l’uomo e la donna uscirono a rivedere le stelle. Insieme, La Repubblica, 22 luglio 2018

Il livello più apocalittico di ricordi e di impercettibilità di vocaboli è in Avalanche con coreografie e repertorio testuale di Marco D’Agostin […] Il fascino di questo detto in apparenza alienato, ricondotto a sussurri, gestito con un minimalismo che smorza gli alfabeti del corpo, si rivela presto associabile a due sopravvissuti a una catastrofe naturale. Le due sagome indossano tute blu che alludono a una simbolica missione spaziale o speleologica, e lentamente i loro flebili scambi di battute in cinque idiomi europei assumono una tonalità incisiva di cantilene, citazioni attoriali, versi di Eliot o Ginsberg, spezzoni rubati all’umanità, facendoci intendere che siamo di fronte a due archivi di remote esistenze. L’uomo e la donna stanno sillabando l’immaginario di un sapere fatto di nomenclature, conoscenze delle stelle, e presi interrotte. E questi superstiti – D’Agostin con la sua maniacalità frugale, e Silva con uno stupore esterrefatto – indulgono in sintonie di passi, scatti, chiusure e fragilità che ci parlano come dopo una lunga glaciazione, commuovendoci, con atti inscritti nel vuoto.

 

Lucia Medri, La danza prima e dopo, la distruzione, Teatro e Critica, 17.07.2018

Prima che tutto venga travolto, lasciamoci guardare; i nostri nomi e quelli dei nostri amici facciamoli risuonare, compitiamoli come se li udissimo per l’ultima volta nello spazio di un vuoto rarefatto. Ascoltiamo il movimento, ancora, percepiamone la densità scalfita nell’aria; non abbandoniamolo, non dimentichiamolo. Sedimentare la parola e il gesto, raccogliere insieme le macerie di una distruzione già avvenuta e amare quelle macerie perché solo da lì, dalla furia naturale della distruzione, si può ricostruire. Di nuovo, dopo la valanga. Avalanche: «Tutto quello che non è sopravvissuto agisce, invisibile, su tutto ciò che invece è rimasto e che viene revocato come regola, collezione, elenco di possibilità». “Nel dopo” di questo momento, stanno Marco D’Agostin e Teresa Silva, agenti di una “stratificazione coreografica” che ha a che vedere con la geologia dei minerali, la cristallizzazione lucente di schegge di movimento, presentata in prima nazionale a Inteatro Festival, lavoro coerente con l’idea duplice di decostruzione e memoria per la quale si è distinta quest’ultima edizione della storica rassegna di Polverigi.

Forse due astronauti, colonizzatori di un pianeta vergine oppure due ritornati Adamo ed Eva in tuta operaia; i danzatori D’Agostin e Silva lavorano e faticano ad articolare parola: mugugnano suoni, soffiano vocali morbide e corpose, le lasciano depositare sugli accennati, ma decisi movimenti che sondano una nuova dimensione dell’esserci. Gradualmente distinguiamo parole che si diranno in lingue diverse, una decostruzione esplosa del senso, un’altra, che travalica il suo stesso concettualismo per farsi archivio della permanenza. Le partiture veicolano un’indagine che, prima di dispiegarsi nel movimento, gioca con la lingua (vocal coach Melanie Pappenheim) – fusione sincretica tra italiano, inglese, francese, portoghese – e il linguaggio coreografico (movement coach Marta Ciappina), l’una rifrazione indispensabile per l’altro. «La questione del limite e dunque, in ultima istanza, della fine» continuiamo a leggere dal programma di sala mentre ascoltiamo The Disintegration Loops di William Basinski, a cui il coreografo si dichiara affezionato, ma affezionato a cosa? All’incontro tra limite e fine nella disintegrazione reiterata: si ascolta e esperisce ciò che cessa di esistere, e nella riproposizione della sua morte ecco che gli si dà nuova vita, imperitura.

«Quello che vedrai è già successo» si sente dire più volte inframezzato dalle pieghe sonore di Pablo Esbert Lilienfeld, elettronicamente contigue a quelle di Basinski per le modalità attraverso cui ricreano un ambiente desolato; e quell’accaduto lo si guarda anche. Ma come? Con occhi spersi, assenti a tratti, in altri socchiusi, spaventati, coperti quasi a volerli proteggere, prepararli con la giusta precauzione alla luce di un nuovo pianeta che secondo Abigail Fowler, light designer, è illuminato con algida nettezza. La parola è in anticipo della distruzione, la lingua si articola per ricordare, il linguaggio del corpo viene cesellato per costituirsi archivio della fine. Quasi a voler contenere il nuovo progetto, First Love, al quale Marco D’Agostin sta lavorando in questi giorni e che sembra proseguire quell’analisi sulle macerie dandole però ora un segno diverso, facendosi narrazione documentata attraverso scatti quotidiani di momenti che permangono; momenti, appunto, salvati.

Una brand new dance che fa della parola la condizione fondante al movimento e alla relazione tra i due danzatori. La parola determina infatti la coreografia arrivando per giunta a gravare su di essa, come verso il climax finale in cui Teresa Silva si piega al peso di ciò che pronuncia e viene annientata, di risposta Marco D’Agostin perde il controllo del gesto, come se rimanesse orfano di una guida, di una regola. Nel silenzio percepiamo la valanga imminente, l’arrivo della perdita, il suo rapido sopraggiungere… Restiamo, nuovamente, muti e immobili.

 

Renata Savo, Dal Kilowatt Festival alla stagione autunnale: a proposito delle cose che non si dimenticano facilmente, Scene Contemporanee, 11.10.2018

La storia, o meglio, ciò che resta della storia dell’umanità attraversa Avalanche di Marco D’Agostin. In scena D’Agostin e Teresa Silva, due esseri spaesati sullo sfondo di un’ambientazione algida e vuota, un’epoca ultima in cui la parola ricomincerà prima o poi a essere significante e fondativa. Le cinque lingue imbastite dai due performer retrocedono al grado zero della comunicazione, sono inafferrabili fonemi di un’unica partitura fisica e sonora che diventa anche ironica. La comunicazione passa dallo sguardo, inquisitore e fortemente espressivo. Le identità restano mute, i corpi reificati, schizofrenici, in cerca di un disequilibrio, mentre la musica afferma emozioni, ritmi, colori, come in una sinfonia. Dopo Everything is ok e The Olympic Games, la scrittura coreografica di Marco D’Agostin si conferma maestra nel rimasticare l’immaginario contemporaneo andando a ripristinare, come per rifondare il linguaggio stesso, il punto esatto in cui la danza interseca una tensione drammatica non dissimile dal linguaggio teatrale.

 

Nicola Arrigoni, inTeatro, viaggio fra i relitti di un mondo al tramonto, Sipario, 07.07.2018

In Avalanche Marco D’Agostin e Teresa Silva si muovono in una landa desolata, entrambi alle prese con un racconto che è già accaduto, con una storia che vive nel suo essere raccontata e lo è nel miscuglio delle lingue: italiano, spagnolo, francese, inglese e portoghese. Avalanche ovvero valanga è un ‘rotolare’, un movimento morbido e continuo in cui gesto e parola si mischiano, per correre giù a valle, al cuore dell’ultima istanza possibile del vivere e dell’essere. Ad un certo punto i segni verbali di quella storia lasciano il loro valore semantico, la loro consequanzialità narrativa per farsi semplici brandelli di lingue, di idiomi che significano per la loro musicalità. Su questo respiro linguistico Marco D’Agostin costruisce una partitura coreografica di estrema precisione e di raffinato tecnicismo, c’è a tratti una sinergia assoluta fra il suono delle parole pronunciate nei cinque diversi idiomi e il movimento dei due danzatori, dispersi in uno spazio che si costruisce con l’intrecciarsi dei corpi. Marco D’Agostin si conferma un autore pieno di talento e di intelligenza, a tratti un po’ cerebrale, ma in grado – quando si lascia andare alla creazione del movimento – di emozionare, rapire lo sguardo dello spettatore, farlo entrare nella grammatica di una danza che non è mai fine a se stessa, ma vive come connubio di pensiero e corpo. Ed è questa tensione continua che fa di Avalanche uno spettacolo non semplice, in cui si entra pian piano, si rischia a tratti di sentirsi respinti, si riceve un pugno e poi una carezza, ma alla fine scatta qualcosa. Questo qualcosa è la capacità del movimento dei due ballerini di farsi racconto, respiro agito di un pensiero che va in cerca di un non finito, di un limite, di un infinito che si palesa nel socchiudere gli occhi, nello scrutare le imperscrutabili pause fra un gesto e l’altro, fra una sillaba e l’altra, un movimento e l’altro. Si esce da Avalanche pieni di domande, consapevoli che qualcosa non funziona, ma che alla fine questo poco importa perché ciò che conta è l’intelligenza con cui D’Agostin pone le domande nel suo essere coreografo di una danza affamata di parole non per dirsi o dire, ma per essere.

 

Giulio Sonno, Il teatro parla di noi, ma noi chi?, di Giulio Sonno, su Paperstreet, 14 luglio 2018

Altrettanto smarriti appaiono i danzatori Teresa Silva e Marco d’Agostin in Avalanche (di quest’ultimo). Si muovono incerti in uno spazio tanto conquistabile quanto desolato e desolante. Esitano continuamente. Accennano inizî. Desistono. Parlottano incrociando cinque diverse lingue europee, ma ecco che – fine intuizione – nel momento in cui devono dichiarare gli idiomi adottati, e pronunciarli in ogni singola traduzione, qualcosa non torna più: parrà un particolare da poco, ma se diciamo «english» poi «inglese» poi «anglais» ecc., è sempre la stessa cosa? Cosa possiamo e vogliamo dire? E a partire da quale base? Esiste ancora, oggi, una cultura di partenza (cfr. Mad in Europe, Premio Scenario ’15)? Il multiculturalismo ci ha arricchiti o alienati? In Avalanche l’esplorazione spaziale-verbale di un pianeta apparentemente nuovo si ribalta di colpo in uno smarrimento esistenziale da caverna platonica: forse oramai abbiamo imparato a uscirne, ma come vivere in un orizzonte così vasto di libertà continua a rimanere un grandissimo dilemma.

Tour

2018

May 31, pre-première, Sala Hiroshima, Barcelona (ES)

June 5, 6, world première, Festival Rencontres Chorégraphiques de Seine-Saint Denis, Paris (FR)

June 23, Italian première, inTeatro Festival, Polverigi (IT)

July 17, Kilowatt Festival, Sansepolcro (IT)

July 25, Drodesera – Supercontinent 2, Dro (IT)

November 24, E’ bal, Santarcangelo di Romagna (IT)

December 9, La Democrazia del Corpo, Cango, Firenze (IT)

2019

February 23, Teatro Comunale, Vicenza (IT)

March 16, PNP – Pubblico non Privato, Mantova (IT)

April 12, Festival Prospettiva Danza, Padova (IT)

April 14, Rassegna Grandi Pianure, Teatro India, Roma (IT)

April 28, Festival DDD, Porto (PT)

June 27, Festival Inequilibrio, Castiglioncello (IT)

July 6, BEFestival, Birmingham, (UK)

October 12, NID Platform, Reggio Emilia, (IT)

October 15, Festival Città Cento Scale, Potenza (IT)

October 26/27, Festival Autunno Danza, Cagliari (IT)

October 30, Festival Danae, Milano, (IT)

 

Photo credits: Roberta Segata courtesy Centrale Fies e Alice Brazzit